Quattro mesi fa ero incazzato con Phil Butler, che conoscevo e rispettavo da anni, perché aveva scritto un articolo criticandomi pubblicamente e io, con quella meravigliosa maturità emotiva che riesco ancora a dimostrare superati abbondantemente i quarant’anni, avevo reagito come se avesse profanato il tempio sacro del mio ego, trasformando uno scambio di opinioni in una piccola guerra balcanica combattuta via email.
Poi presi il telefono.
Parlammo per quasi due ore e accadde quella cosa curiosa che succede quando una voce sostituisce uno schermo e l’essere umano dall’altra parte torna improvvisamente tridimensionale: la rabbia perse consistenza, le nostre divergenze tornarono alla loro dimensione reale e finimmo per ridere, tanto che quando riattaccai riuscivo a malapena a ricordare perché fossi così furioso.
Oggi ho saputo che Phil è morto.
Durante quelle due ore io gli parlavo del mio piccolo ego ferito mentre lui combatteva una battaglia immensamente più seria, della quale ignoravo tutto, e questa sproporzione continua a girarmi in testa perché passiamo una quantità ridicola della nostra esistenza a difendere opinioni, reputazioni, post, articoli e minuscoli territori digitali come piccoli Napoleone con LinkedIn Premium, dimenticandoci che dall’altra parte dello schermo esiste qualcuno la cui vita potrebbe essere molto più complessa dell’ultima email che ci ha mandato.
Phil era brillante, intransigente, spesso lontanissimo dalle mie idee e, proprio per questo, prezioso. Nei miei primi anni da scrittore fu anche una sorta di mentore e sapere che non sarà più lì a dirmi quando, secondo lui, sto dicendo stronzate lascia un silenzio che oggi pesa parecchio.
Epicuro scriveva che la morte, il più terribile dei mali, non è nulla per noi.
Forse.
Io so soltanto che sono immensamente grato di aver fatto quella telefonata e che la nostra ultima conversazione sia finita con una risata.
Riposa in pace, Phil.
Alla prossima settimana, un saluto da Simone.