Da preadolescente, come molti italiani, ho fatto la mia iniziazione laica: la vacanza estiva in Romagna.
Partii con il mio migliore con quei tre amici che hai solo a dodici anni, per dirla con Stephen King.
Di quei giorni ricordo tante cose. C’era un’atmosfera da Stand by Me, quella sospensione strana tra avventura e fine dell’innocenza. Non abbiamo trovato cadaveri, per fortuna (però uno di noi è finito in ospedale con la testa fracassata. Ma questa è un’altra storia…).
Quello che mi è rimasto davvero addosso, però, è l’ospitalità romagnola.
Per uno cresciuto a Roma, dove il default emotivo è l’incazzatura permanente, quella gentilezza sembrava un’anomalia statistica.
Un pomeriggio, a Cattolica, tornavamo in hotel sotto un acquazzone memorabile. L’autista dell’autobus fece una piccola deviazione per lasciarci esattamente davanti al portone. E ci regalò anche un ombrello.
A Roma sarebbe fantascienza. A Parigi poi (dove, forse per contrappasso, ho vissuto dieci anni) la forma più alta di ospitalità è che non ti sputino in un occhio.
Ogni volta che torno in Romagna, quel ricordo riaffiora. Perché al netto della distribuzione intricata, della competizione feroce, dei listini impazziti (io dico sempre che posso fare marketing ovunque, tranne che in Cina e in Romagna), alla fine si gioca tutto lì.
Nel gesto in più.
Nel mettersi al servizio.
Perché “Chi non serve (nel senso di non mettersi al servizio per gli altri), non serve (nel senso che è inutile).”
Forse è per questo che la Romagna ha ancora una marcia in più.
E forse è per questo che una parte di me è rimasta lì.
Con quegli amici che hai solo a dodici anni.
Sotto quella pioggia.
Riparata da un ombrello regalato.
C’è da imparare una lezione per tutti qui, credo.
Alla prossima settimana, un saluto da Simone.
Simone Puorto