Non avevo neanche trent’anni quando lessi Death Note per la prima volta. Ne uscii con una certezza: non siamo pronti a reggere il peso dell’onniscienza. Figuriamoci se ci arriva in offerta con spedizione Prime.
Nel manga di Tsugumi Ohba, si può stringere un patto da tragedia greca: rinunciare a metà della propria vita per ottenere gli occhi dello Shinigami, capaci di vedere il nome e la data di morte di chiunque. Un superpotere epistemico, ma anche una condanna. Perché sapere tutto, subito, uccide la complessità. E con essa, la coscienza.
Fast forward al 2025. Zuckerberg, travestito da evangelista del potenziamento umano, ci offre la stessa roba, ma in versione pitch da VC: occhiali AI con layer informativi, sottotitoli per la realtà, traduzioni istantanee e, presto, pensieri suggeriti. Altro che Ryuk: qui abbiamo Ray-Ban e un algoritmo affamato.
Ma non serve scambiare metà della vita. Solo l’interezza della tua attenzione.
Death Note aveva almeno il pudore di riconoscere il prezzo: ogni pagina scritta era un passo verso la dannazione. Gli occhiali di Zuck, invece, rendono la tua mente un’app freemium. La vera trappola? Più li usi, meno ti accorgi di usarli. E quando la domanda sparisce, anche la libertà segue.
E non è solo distopia creativa. I primi studi condotti da MIT e Oxford parlano chiaro: la delega sistematica all’intelligenza artificiale, soprattutto nei compiti di inferenza e decisione, riduce progressivamente le capacità cognitive degli utenti, fino ad atrofizzare interi circuiti legati alla memoria episodica e al pensiero critico. Non è un accessorio, è un anestetico. L’epoca delle domande è finita. Inizia quella delle risposte prescritte.
In hotel, nel turismo, nella vita: se non scegli tu, sceglieranno per te.
E, una volta scritta sul quaderno, la tua morte cognitiva è irreversibile.
Alla prossima settimana, un saluto da Simone.
SIMONE PUORTO