Lo psicologo Adam Galinsky della Columbia ha pubblicato una serie di studi su un tema che nel nostro settore trattiamo con la stessa profondità filosofica (una pozzanghera) di un post di Big Luca su LinkedIn: il potere trasformativo del viaggio. Non nel senso new-age da brochure tipo “discover yourself in Bali”, eh? Qui parliamo di roba più nerdosa: neuroscienze cognitive.
Galinsky dimostra che vivere esperienze all’estero aumenta quella che gli psicologi chiamano cognitive flexibility: la capacità di uscire da schemi mentali consolidati e integrare prospettive diverse. Tradotto in italiano: il cervello smette di funzionare come un Excel con le macro.
La parte davvero interessante, però, è un’altra: non è il viaggio in sé a produrre questo effetto, ma due variabili precise, depth (profondità delle esperienze) e breadth (varietà delle esperienze).
Significa che visitare dieci paesi restando dentro una bolla turistica climatizzata a mangiare pasta Rummo serve a poco (e ce lo ha ricordato fino alla fine anche Bourdain). È come guardare il mondo attraverso il vetro di un acquario. Vivere davvero un contesto culturale diverso, invece, costringe il cervello a fare qualcosa che odia profondamente: riscrivere i propri modelli interpretativi.
Quando i nostri “script” smettono di funzionare (perché cambiano lingua, norme sociali, gesti, codici impliciti) entriamo in quello che gli psicologi chiamano cognitive disequilibrium (un elegante modo accademico per dire confusione totale). Ed è proprio questo attrito mentale che produce apertura, creatività e tolleranza (non a caso lo stesso studio mostra anche un effetto molto pragmatico: chi ha avuto esperienze internazionali tende a ricevere più offerte di lavoro).
Il motivo è semplice: viaggiare non ci rende automaticamente più fighi, ma ci rende più capaci di pensare in modo complesso. Ed è forse qui che l’industria del turismo continua a raccontarsi la storia sbagliata. Forse non vendiamo “esperienze” (ma che c*zzo intendete poi con “esperienze”, precisamente???), ma disorientamento cognitivo temporaneo.
Lo so, suonerebbe meno bene in bocca alla Danielina nazionale ma, una volta tanto, potrebbe anche essere una cosa vera (wink wink, nudge nudge…).
Perché quando rompi per qualche giorno il sistema mentale con cui interpreti il mondo, può succedere qualcosa di molto pericoloso. Potresti tornare a casa e non accettare più la versione della tua vita che avevi prima.
Alla prossima settimana, un saluto da Simone.
Simone Puorto