Mi sono svegliato stamattina con una sensazione strana: quella di stare assistendo all’ennesima “fine di qualcosa”. Non la fine del mondo, tranquilli. Quella l’abbiamo già rimandata troppe volte (“Come Armageddon, come”, direbbe il Mozza). Parlo della fine del booking engine così come l’abbiamo sempre conosciuto. O, più precisamente, della sua lenta eutanasia assistita. Si chiama (forse) Google UCP.
Quello che l’Universal Commerce Protocol (sotto)intende è che la prenotazione alberghiera è sempre stata un atto innaturale. Una specie di rito voodoo digitale in cui l’ospite deve reimparare ogni volta dove cliccare, cosa flaggare, quale policy accettare, sacrificando nel frattempo un pollo a Satana (“vi dovete spaventare!!!”). Ora tutto questo viene inghiottito da una conversazione. Un’unica interfaccia. Un’unica lingua transazionale. Umano o non umano, poco importa.
Sulla carta è bellissimo. Sa di super app, di WeChat, di one-stop shop, di nirvana UX. Peccato che l’hospitality non sia il retail. Noi NON vendiamo scarpe. Vendiamo inventari schizofrenici che cambiano più velocemente del mio umore (e ce ne vuole).
L’ARI, diciamolo chiaramente, è sempre stato il nostro peccato originale. Ricordate l’esperimento “Book on Google”? Non è morto per cattiveria divina, ma per infrastrutture indegne di questo nome.
Il problema, a mio avviso, è l’illusione che eliminare la frizione lato ospite basti. La frizione, nell’hospitality, è strutturale. Filosofica. Ontologica, quasi. Sicuramente mascochistica. Se non sistemiamo ciò che sta dietro, l’UCP sarà solo l’ennesimo layer fighetto sopra un motore arrugginito.
Google costruirà la porta. Gli ospiti la apriranno.
Ma se dietro troveranno il vuoto, entreranno solo per uscire bestemmiando.
Alla prossima settimana, un saluto da Simone.
Simone Puorto